Tragedia di Pescara: la morte di Piermario Morosini

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L’accaduto

Si gioca il minuto 31 della partita di serie B, PescaraLivorno, quando Piermario Morosini centrocampista della squadra ospite, si accascia a terra per tre volte, due volte tenta orgogliosamente di rialzarsi, ma le gambe cedono, il cuore si ferma e non riprenderà più a battere. Subito i giocatori in campo si accorgono che qualcosa è andato storto, l’arbitro ferma il gioco e gli aiuti si fiondano dalla panchina. Ma non si vedono né barella né infermieri. L’ambulanza non è a bordo campo, è bloccata fuori dallo stadio da un auto della polizia municipale parcheggiata dove non dovrebbe essere parcheggiata. Sono i giocatori del Pescara che allora si affrettano a recuperare la barella, a trasportare Piermario fuori dal campo di gioco mentre dagli spalti si alzano voci di incoraggiamento “forza Morosini, forza”.

Per un ora i medici le tentano tutte per rianimare il giovane calciatore ma il corpo non vuole più dare segni di vita, son passati poco più di sessanta minuti da quando Piermario si è accasciato al suolo che ne vien annunciata la morte clinica. Aspettando l’autopsia, si è azzardata l’ipotesi di un non meglio specificato “arresto cardiaco”.

Piermario Morosini

Lui, 25 anni appena, era un ragazzo con la testa sulle spalle, discreto, umile e con una gran voglia di vivere, di giocare a calcio e realizzarsi al meglio in quello che era ormai il suo lavoro, e questo lo faceva per la sua famiglia. Non ancora maggiorenne Piermario rimase orfano, orgoglioso portò avanti la sua grande passione, correre appresso al pallone lo portò all’esordio in serie A, nel 2005 con la maglia bianco-nera dell’Udinese, alla nazionale under21, ma ancora dovette sopportare la morte del fratello, portatore di handicap, per suicidio. Ora al centrocampista da due mesi in forza al Livorno, restava solo la sorella, anch’essa portatrice di handicap, lui non aveva mai sofferto di alcun male, ma ancora il destino non aveva smesso di accanirsi contro di lui.

Si poteva fare di più?

Ironia della sorte, la tragedia di Pescara accade proprio nei giorni in cui si parla di introdurre l’obbligo del defibrillatore a bordo campo, alla luce anche di quanto da poche settimane è successo in Inghilterra al calciatore del Bolton Muamba. Certamente è gravissimo che l’ambulanza non sia potuta intervenire immediatamente, ma altro si è fatto. L’ipotesi più accreditata che si espone sulle cause della morte, come detto sopra, parla di arresto cardiaco. Il Corriere della Sera riporta l’intervista al professor Altamura, rinomato cardiologo “Per poter salvare una persona colpita da arresto cardiaco occorre che il defibrillatore sia disponibile in quattro, massimo cinque minuti. A ogni minuto di ritardo si riduce del 10% il margine di successo”. Ieri pomeriggio però, il defibrillatore era a bordo campo pronto ad essere utilizzato dai medici delle società che in panchina assistevano alla partita, tuttavia non ne è stato fatto uso “In caso di arresto cardiaco, come nel caso di Morosini” ha affermato Ernesto Sabatini, medico del Pescara e tra i primi a soccorrere il giocatore “è indispensabile praticare prima il massaggio cardiaco per almeno un paio di minuti. Se ci sono segnali elettrici allora entra in funzione il defibrillatore. Ma sul campo il defibrillatore non è stato usato perché è uno strumento che rileva automaticamente gli impulsi, e come in questo caso se non c’è impulso la macchina non parte”.

Una pausa per riflettere

L’intero week-end calcistico si ferma, per rispetto del giovane calciatore, la decisione di Giancarlo Abete non è solo quella di fermare la serie A ma tutte le categorie dei campionati di calcio italiani. Allora tutti siamo invitati a riflettere, nell’intervista di cui si è già detto il cardiologo romano Altamura ha rivelato “Ogni anno in Italia si contano 60mila casi di arresto cardiaco, per la maggior parte in persone sopra i 45 anni. Solo il 3-4% si salva”. In Italia, per quanto riguarda il calcio professionistico, i controlli e le visite ci sono, sono molto accurate e fatte con strumenti ritenuti addirittura migliori di quelli che vengono usati negli Stati Uniti (si pensi che fino a oggi tali controlli erano solo facoltativi in Inghilterra), e i vari casi son trattati con estrema cura come dimostra il caso Cassano. Ma se solo ci informiamo sui controlli fatti nelle basse categorie, nei campionati giovanili, ci imbattiamo nell’ennesimo caso di mala sanità con visite fasulle e negligenti. Morosini è venuto meno nonostante i controlli, tragica fatalità, ma speriamo che insieme al ricordo di un ragazzo unico, rimanga impressa anche la lezione che nello sport i controlli sanitari sono essenziali, devono essere accurati e applicati obbligatoriamente a ogni livello. E che vada avanti la ricerca, non si finirà mai di migliorare l’accuratezza delle visite mediche.

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